Adriano Sofri e il profilo Facebook cancellato: questione di identità?
di riccardo.pavone | People
Questa mattina leggo sul blog di Luca Sofri un post dedicato alla cancellazione della pagina Facebook del padre:
Mio padre ha un profilo su Facebook, come molte persone, e lo usa con alterne intensità: si trova tuttora agli arresti domiciliari e quindi è un'opportunità piuttosto attraente di avere relazioni con gli altri. (...) Ne ha fatto abbastanza uso, in questi due anni (a occhio), raccogliendo migliaia di amici e quindi essendo costretto poi a far costruire una pagina per superare l'altra sciocchezza del tetto dei cinquemila.Lo leggo attentamente, denuncia l'irrevocabile scomparsa della pagina e di tutti i suoi contenuti. In altre parole non si limita a protestare, o a portare alla luce il problema, ma più leggo più mi rendo conto che ciò di cui avrebbe dovuto parlare sarebbe dovuto essere altro. Parla di catene spezzate che vogliamo risaldare, di punti di riferimento senza i quali ci sentiamo persi. Nel caso specifico del padre Adriano, parla della perdita improvvisa e improvvida della sua identità. Sì, gli arresti domiciliari non gli permettono di vivere una vita sociale reale, sostituita invece da migliaia di contatti attivi sul social network. La cancellazione dell'account del padre fa capire molte cose che già sappiamo o dovremmo sapere. Tralasciando l'introduzione un po' banalotta e autoreferenziale di Sofri, il resto è un ottimo spunto di riflessione per capire come funziona il network: 1) Il network non è fatto di persone, ma solo di identità. E se le identità da sole possono sopravvivere (nei network lo fanno magnificamente), le persone non sanno più farlo. Non mi riferisco al caso specifico di Adriano Sofri, che dice di usarlo per necessità. Le persone stanno spostando le proprie identità dalla realtà al virtuale, è un dato di fatto. Le persone si stanno sempre più abituando a comunicare solo tramite il network, che siano mail, notifiche, messaggi di testo, forum (sempre bistrattato, ma sempre utilissimi). Non è solo questione di organizzazione, ma la cosa va oltre. Sempre di più il gruppo, l'uscita, l'evento, l'aperitivo o la serata o quale che sia l'appuntamento, è solo il pretesto, l'anticamera della vera socializzazione, che si traduce in caricamenti di foto e video, testimonianze e commenti virtuali. Ricordi. Il network è il nostro magazzino dove riporre il nostro bagaglio esperienziale, la nostra memoria, la nostra identità, appunto. Quando ce la tolgono, e qui torno a Sofri, tutto cade... e non rimane niente, solo il ricordo di aver riposto noi stessi, fuori, da un'altra parte. E che noi abbiamo scelto di farlo, sottoscrivendo un contratto che forse avremmo dovuto leggere minuziosamente, perché nessuno ti regala niente, soprattutto la possibilità di archiviare la propria identità. - ...c'erano molte cose e contenuti che gli servono e gli sarebbero serviti come archivio per le cose che scrive, che vorrà scrivere, o per qualunque altra sua intenzione. 2) L'identità del network, non coincide con la nostra: contribuiamo a formarla, ma non siamo lui. Siamo solo di sua proprietà. Nel suo post, Luca Sofri dice:
Detto questo, l'aver cancellato una grande mole di contenuti e dati che non sono proprietà di Facebook ma di un suo utente va oltre, anche per me, qualunque condizione d'uso prepotente.Mi ricordo quando, agli albori della migrazione virtuale, status allarmanti informavano l'utenza delle limitazioni del network. Se carichi le foto su Facebook, diventano di Facebook. E allora tutti a metter mano alle impostazioni della privacy, a dire "Va che str***i questi, a che ci vogliono far diventare una proprietà!". Mi sono spesso chiesto quindi cosa significasse, arrivando alla conclusione che siamo stati noi a farci diventare una proprietà. Un marchio registrato che siamo disposti a dare in licenza a chiunque ce lo chieda. Siamo disposti, in realtà, a condividere ogni cosa di noi con il network, millantando però poteri e proprietà di cui non siamo in grado di mantenere il possesso. I contenuti che inseriamo ovunque, non sono più nostri. Sono del network. Anche questa mia riflessione: se le persone condivideranno queste mie idee, allora significa che questa mia 'proprietà', è stata comprata da qualcun altro che la pensa come me. E più persone condividono, più questa idea diventa del network, staccandosi dal suo reale proprietario, che non ha più ragion d'essere. Il network, dunque, è fatto di identità, ma di identità destinate a perdersi, e confondersi con quella di qualcosa d'altro. Lo sapevamo prima, lo sappiamo, ora. Il network costruisce proprietà, ma la sua proprietà, non è la nostra. Non esiste il diritto, se non quello che abbiamo consensualmente sottoscritto quando vi abbiamo aderito. Un po' come sta provando a fare la Sony con il suo divieto di farle causa, inserito tra le sue clausole delle condizioni d'uso. Luca Sofri (ma già tanti, troppi, prima di lui) sottolinea che il network è :
Un grande posto dove “sono tutti” e quindi vanno tutti, e poi quando sono lì non sanno cosa fare tranne commenti da macchinetta del caffè e opinionismo autoesauriente.L'importante è vendere (gratuitamente) la propria identità, qualunque sia il suo valore, il suo passato, la sua importanza e veridicità. Io sogno di un giorno in cui qualcuno mi escluderà dal network, gridando a gran voce: Purtroppo non riattiveremo il tuo account per nessun motivo. Intanto, resto schiavo, perché è quello che ho accettato di fare. Rinunciando a identità e proprietà. Proprio come Adriano, e Luca Sofri. Schiavi di Facebook - di Luca Sofri Riccardo Pavone

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