Non sono un grande fan dei premi Oscar, ma ogni anno, verso la fine di febbraio, mi ritrovo con i miei amici fino alle 6 di mattina per guardarne gli esiti in diretta. Solitamente scriviamo le previsioni su un fogliettino di carta e giochiamo a chi riesce a indovinare i vincitori. Per la gloria, nulla più. Non sono un grande fan dei premi Oscar ma lo sono invece dei documentari. Ne guardo molti durante l'anno, spesso con estrema fatica. Trovare un documentario non è mai facile. Farlo in Italia ancora meno. Non hanno praticamente una distribuzione cinematografica a meno che non siano prodotti dalla Disney, non hanno una distribuzione home video diffusa, anzi spesso estremamente limitata. Mi trovo quindi spesso nell'obbligo di scaricarli illegalmente, per mancanza di alternative, non comunque senza difficoltà di reperimento. La bellezza dei documentari è però questo. Spesso, nonostante la scarsissima distribuzione, questi prodotti vengono premiati dal grande pubblico, e fino a qualche giorno fa anche dall'Academy americana.
I film documentari eligibili per gli Oscar, infatti, non devono necessariamente essere stati distribuiti in tutto il mondo o aver ricevuto raccomandazioni. Questo perché molti di questi lavori sono realizzati da giovani videomaker, da registi indipendenti, da produzioni indipendenti. Il luogo migliore per poterne gustare la bellezza è il Festival in senso stretto. Ce ne sono tanti in tutto il mondo che cercano di dare spazio a queste opere, e spesso proiettarlo costa ai suoi autori, per autopromozione. E' il problema dei documentari, ma anche il suo pregio. Il suo pubblico di nicchia riuscirà sempre e comunque a trovarli in qualche modo e a far girar la voce. A New York esiste persino una DocuWeeks, che come scrive il Ny Times:
DocuWeeks, a program sponsored by the International Documentary Association, which for more than a decade has let filmmakers pay a fee to have their pictures shown briefly in New York and Los Angeles, thus qualifying for awards.
Questo tipo di iniziative hanno permesso a tanti documentari di aumentare il minimo necessario la propria visibilità, tanto da poter essere eligibili per la premiazione finale. Dall'edizione degli OSCAR del prossimo anno - 2013 - non sarà più così. Molti documentari che già con estrema fatica cercano e trovano una seppur limitata distribuzione, non potranno comunque accedere agli Oscar se non prima recensiti da due giornali. La nuova regola, infatti, impone che i documentari potranno entrare in gara solo se siano stati recensiti dal NY Times o dal LA Times. Come a dire che tutto il resto non conta. Significa che se il documentario più bello dell'anno è stato visto in tutto il mondo ma non dalla redazione dei due giornali, quel documentario non riceverà l'onorificenza che si merita, o quantomeno il diritto a parteciparvi.
"The motion picture must be exhibited for paid admission, and must be advertised during each of its runs in major newspapers: The New York Times, Time Out New York or The Village Voice (New York); Los Angeles Times or LA Weekly (Los Angeles). Advertisements must have minimum dimensions of one inch by two inches and must include the theater, film title and the dates and screening times of the qualifying exhibitions.”
Un problema che non coinvolge solo i registi di documentario, ma anche i suoi critici. Pensate a Roger Ebert, che scrive per il Chicago Sun Times e non per gli altri Times. Lui, uno dei critici più apprezzati nel mondo, non conterebbe nulla. O ai giornalisti degli stessi NY o LA Times. Saranno sottoposti a una pressione incredibile da parte di registi di tutto il mondo che li imploreranno di recensire il proprio documentario. Un problema non da poco. Parliamo anche di numeri. Ogni anno il ramo dedicato ai documentari dell'Accademy elegge 15 film eligibili agli Oscar, scremando poi a 5 che arriveranno fino alla serata celebrativa. Nel 2011 i documentari, che verranno premiati il mese prossimo, presi in considerazione per l'Oscar sono stati 124, circa il 23% in più rispetto alle 101 pellicole prese in considerazione l'anno precedente. 124 significa che sono stati guardati circa 2 documentari a settimana. In altre parole, se consideriamo il weekend come periodo di riferimento, io guardo più minuti di partite di pallone. Io persona singola. Questo significa che i documentari presi in considerazione dovrebbero essere persino più di quelli attuali. Con la nuova regola, però, i film analizzati saranno ancor meno, perché prenderanno in considerazione solo quelli recensiti sui quotidiani, che dubito si metteranno alacremente alla ricerca di documentari bellissimi ma introvabili. E per essere puntigliosi, quest'anno tra i candidati al premio dell'Accademy compare anche "Semper Fi: Always Faithful", che non è stato recensito né dal NY TIMES nè dal LA TIMES. Un paradosso, ma Ric Robertson, l'Academy chief operating officer, ha così risposto:
(...) the rule was part of an effort by the Academy to ensure that Oscars go to what he called “genuine theatrical” movies, rather than to films that might be made primarily for television but given brief theatrical exposure, or played for a tiny number of viewers simply to qualify. Asked whether worthwhile films might be cut out, he said: “We may indeed lose worthy films. But I don’t think we’ll lose worthy theatrical films.”
Insomma per quanto riguarda Robertson perdere, o meglio non premiare, film di valore è giustificabile se non abbastanza degni di essere proiettati al cinema. Se così stanno le cose, allora avevo ragione io: i premi Oscar non sono indice di credibilità o qualità. LEGGI L'ARTICOLO DEL NY TIMES
LEGGI L'ARTICOLO DI ROGER EBERT
Riccardo Pavone










Vuoi commentare?
registrati per avere un account gratuito o Log in se sei già membro.