Sono anni che si parla di cosa fare dei lucchetti del Ponte Milvio. E' una tradizione romantica di massa per innamorati che vogliono sentirsi unici, ed è semplicissima: prima si legge un romanzo di Federico Moccia. ("Ho voglia di te", senza accento). Poi ci si innamora di qualcuno, ricambiati. Si va quindi a Roma e si raggiunge il Ponte Milvio (fermata Ottaviano), si compra un lucchetto da un venditore ambulante perchè lo si è perso, si compra un pennarello perchè lo si è dimenticato, si scrivono i propri nomi sul lucchetto (superificie ideale per scriverci con un pennarello), si va al terzo lampione, si cerca uno spazio, si attacca il lucchetto e si torna indietro. Ah, se non buttate la chiave nel Tevere è stato tutto inutile.
Lucchetti Ponte Milvio tolti e messi in un museo: Moccia è felice, noi meno
La tradizione resa famosa dal romanzo di Federico Moccia finisce oggi. Che ne sarà ora degli innamorati?
Sarebbe bellissimo ma il problema del Comune di Roma (tra i molti altri) è che ci sono troppi innamorati, o troppi venditori di lucchetti o forse troppi lettori di Moccia (che è più un problema dell'umanità). O forse i lucchetti hanno vita propria e si riproducono, perchè in questi anni hanno proliferato anche in altri luoghi storici come Ponte Sant'Angelo, Villa Borghese, eccetera dove sono stati rimossi senza pietà.
Ma qui, sul lampione del Milvio, dove l'effetto estetico è del tutto identico a un allevamento di cozze, non si osava toccarli.
Il compromesso è arrivato: li togliamo, ma li mettiamo al museo. Moccia si sente soddisfatto: "E' importante che venga dato giusto valore a un fenomeno di costume da inquadrare in ambito antropologico". (E poi è una soluzione temporanea). Il Comune è soddisfatto. Resta da capire se, toccando i lucchetti, l'incantesimo si romperà e se sì, quale sarà la reazione degli innamorati. Profetizziamo coppie che scoppiano in ogni parte del mondo, e che assalgono il museo etnografico dell'EUR dove la ferraglia sta per essere esposta.
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