I social network infiammano le piazze, l’Italia si suicida con la tv

Sta succedendo in Tunisia, in Albania, in Egitto, in Libano, in Algeria, in Grecia ma noi ce ne accorgiamo poco, anche perché i nostri media probabilmente sono troppo piccoli e sono tutti occupati da scandali sessuali e di persone che vogliono farci la predica e insegnarci la morale.

Noi fermi e gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo invece sono scossi dalle proteste. Le motivazioni sono diverse: economiche religiose, sociali… Ma hanno delle dinamiche molto comuni. Gruppi di giovani comunicano online grazie ai più diffusi social network, Twitter e Facebook, condividono il malcontento e l’odio verso i governanti, quindi decidono di ritrovarsi per strada e cominciano a manifestare.

Ovviamente il potere risponde: la prima cosa che fa è bloccare l’informazione. In Egitto il governo ha chiuso Twitter e Facebook, lo stesso in Algeria. Il governo tunisino ha addirittura cercato di hackerare Facebook, come si legge in questo impressionante articolo , per fermare le proteste.

Eppure i giovani della rivolta conoscono gli strumenti per opporsi ai blocchi. Sono gli stessi che utilizzano i dissidenti in tutto il mondo, dall’Iran alla Cina, da Cuba alla Mongolia. Strumenti come TorProject diventano di dominio pubblico. In rete si viaggia anonimi, cambiando ip velocemente, senza lasciare traccia. Si hackerano i siti governativi. Una lotta selvaggia che si consuma online e sulle strade.

Da noi pochi giorni fa ha parlato il Papa, ci ha detto di stare molto attenti a come utilizziamo internet e i social network! In Italia probabilmente lo ascoltiamo con attenzione, in altri paesi un po’ meno. Ma Ratzinger ci ha preso: i social network stanno cambiando anche la struttura del potere: i governi, quelli che si basano soprattutto sull’autorità, come quello del papa, devono stare attenti. Diventerà sempre più difficile nascondere le proprie azioni, controllare l’informazione, tenere i cittadini ignari in silenzio.. almeno non più come prima!

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