Hollywood: perché sono sempre gli arabi i cattivi? [VIDEO]

Ciò che tiene in piedi il cinema sono poche cose sicure. Una trama più o meno ripetitiva, belle donne, uomini affascinanti, dialoghi che variano dall’ “Ocio alla merda” di un cinepanettone con Christian de Sica alle frastornanti quanto meravigliose sceneggiature di Aaron Sorkin o Jason Reitman. Poi ci sono i luoghi comuni, quelli per cui il buono vince sempre, la protagonista è bionda e il cattivo è… arabo (prima era russo). Questo perché il ‘nostro’ cinema, inteso come quello che viene distribuito nel nostro paese, è hollywoodcentrico.

“Washington and Hollywood spring from the same DNA”.

A dire questa frase è stato Jack Valenti, presidente della Motion Picture Association of America, deceduto nel 2007. Le pellicole americane hanno storicamente rappresentato gli antagonisti con le fattezze dei nemici del paese. Qualche giorno fa Daniella Cheslow, giornalista che scrive per il Global Post, ci ha dedicato una riflessione intervistando vari registi arabi e Jack Shaheen, un autore arabo-americano che sul problema ci ha scritto un libro pubblicato nel 2001 e in seguito girato un documentario dallo stesso titolo: The Reel Bad Arab (2006).

Nei 900 film analizzati da Shaheen emerge uno stereotipo tanto dettagliato quanto superficiale non solo dei personaggi che vediamo sullo schermo, ma un pericoloso ritratto di un’intera cultura sconosciuta ai più (americani e non). Shaheen dimostra come questa distorta visione esotica derivi addirittura dai primi viaggi orientali degli esploratori europei, che per mostrare al (vecchio) mondo come fosse la loro cultura araba, tornavano in Europa con dipinti in cui erano rappresentati turbanti, veli, corti, harem, eccetera eccetera.

Questa visione, antica e anacronistica, è però la stessa, identica, riproposta nei cinema. Gli arabi perdono qualsiasi nazionalità, non esistono paesi ma un unica grande Arablandia musulmana. I suoi abitanti, ridotti a tre B: Bellydancers – Billionaire Sheikhs – Bombers. Danzatrici del ventre, sceicchi ricchissimi, terroristi. Il documentario, molto interessante, lo trovate diviso in quattro parti sul tubo. Questa è la prima:

Lo stereotipo diventa poi demonizzazione quando si concentra sulla parte palestinese del mondo arabo, sempre descritta come violenta, folle, psicotica. In questo entra di prepotenza la grande amicizia di Israele con gli Usa, con la propaganda filo-israeliana che ha cominciato a diffondersi nelle sale a un certo punto degli anni ’60, subito dopo la guerra dei sei giorni.

E’ possibile de-umanizzare un intero popolo a favore di un altro, fomentando odio e razzismo? Avete mai visto “Regole d’onore“, con Tommy Lee Jones e Samuel L Jackson? E’ stato definito come il film più razzista di sempre: un gruppo di militari americani trucida uomini donne e bambini arabi. L’inchiesta che ne segue sembra riconoscere la violenza dei militari, ma il finale stravolge le cose. Perché anche i bambini uccisi sparavano come matti ai militari americani. Un film così, il suo finale, è costruito per giustificare le violenze perpetrate:

C’è però anche il rovescio della medaglia, e un incoraggiante lato positivo.
George Khleifi è un regista palestinese, e nell’intervista sul Global Post racconta di come anche il cinema arabo si sia abituato a demonizzare l’americano, proponendolo solo come cowboy stupidi e guerrafondai. Anche qui, colpa della politica di Washington:

“The American character, or American attitudes in Arab cinema, is maybe sometimes worse than the Arab in the American cinema. It’s a very superficial attitude. It’s just because America supports Israel, so everything from America is bad.”

Con una differenza però, perché gli Stati Uniti si sono fatti spesso beffe della religione e della cultura araba, pur non conoscendola. Quello che succede nel cinema arabo sembra essere molto simile, ma allo stesso tempo diverso: non sono le persone normali (per l’ America l’arabo porta sempre con sé una sciabola, le donne sono tutte col burqa etc), a essere demonizzate, ma solo il suo governo, ritenuto imperialista.

Qualcosa però, dopo un secolo di cinematografia, sta cambiando. Si va verso un’esplorazione culturale, la stessa che nel passato ha permesso di ‘riabilitare’ gli afroamericani (vi ricordate i minstrel show, o anche solo la pubblicità delle liquirizie Tabù?), i nativi americani, i vietnamiti. Per i russi discorso a parte, in quanto lo spettro comunista ancora aleggia prepotente.

I primi a guardare al mondo arabo con occhio curioso siamo stati noi europei, che della cultura ‘della cultura’ ne abbiamo fatto un vanto e un punto forte della nostra civiltà. Se gli americani guardassero i nostri film, forse questi quote, sarebbero meno stupidi:

Riccardo Pavone

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Lunedì 13/06/2011 da Riccardo.Pavone in , , ,

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